Debitum Naturae

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Diciamo subito le cose come stanno: come società non siamo minimamente preparati alla convivenza con il selvatico.

Il che, in un’Europa dove il rewilding passivo sta causando l’incremento di animali un tempo pressoché eradicati, è un problema non indifferente vista la necessità di porre argine all’oramai incombente Sesta Estinzione di massa.

Intendiamoci, l’Europa è un continente povero di vita selvatica.

Qualche migliaio di lupi e orsi, sparsi qua e là, non fanno del vecchio continente un’area brulicante di vita, biodiversità e, soprattutto, “bio-abbondanza”.

Grandi aree urbane, zone agricole e quasi 800 milioni di Sapiens rendono estremamente difficile trovare spazio per la fauna selvatica in Europa, soprattutto se dovessimo escludere le più remote zone dei Balcani e della Scandinavia.

Eppure, nonostante secoli di persecuzioni, alcuni animali iconici non solo sono sopravvissuti ma attualmente si stanno espandendo, ri-colonizzando gli antichi habitat, grazie a un mix di fattori economico-culturali che hanno posto fine al massacro diretto di queste specie.

L’Europa del secolo XXI vede in crescita orsi, lupi, cinghiali, cervi, castori e altri ingombranti non-umani. Questo è un dato di fatto, sebbene ogni specie meriti un’analisi precisa.

A quanto pare, la più grande speranza per un futuro green dell’Europa non viene dalle sue attuali policies, ma dall’incredibile resilienza della sua fauna.

Non rallegriamoci troppo però… i trend positivi di alcune specie spiccano in aperto contrasto con lo stato dell’arte della biosfera terrestre.

Se ci sembra di vedere “troppi” cervi, caprioli, lupi, volpi o orsi, ricordiamoci che le specie, a livello globale, si stanno estinguendo ad un tasso dalle 100 alle mille volte superiore al ritmo “naturale” d’estinzione (qualche studio parla anche di 10 mila volte!).

In pratica, Homo sapiens ha “almeno” centuplicato la velocità alla quale le specie svaniscono.

In genere, però, quando una specie scompare essa lascia aperti nuovi spazi ecologici, nicchie, che favoriscono la generazione di nuove forme di vita (speciazione).

Oggi, invece, all’arretramento della biomassa selvatica corrisponde solo un aumento dell’antropomassa – noi e gli animali da noi domesticati – e di qualche specie infestante.

La situazione è pessima, senza considerare il riscaldamento globale e altri pericoli per la biodiversità globale. E noi cosa facciamo?

Beh, gridiamo “al lupo, al lupo!” e denunciamo come il mondo di oggi non sia più sicuro come quello dei nostri nonni per via dei mostruosi quadrupedi che ora si aggirano incontrollati e impuniti per i nostri boschi, le nostre campagne e persino le nostre città.

C’è un’isteria collettiva per quanto concerne la presenza di animali selvatici in Italia e in Europa? Indubbiamente sì, per molteplici ragioni manchiamo d’ogni senso di proporzione e ragionevolezza.

La nostra, però, non è pura cattiveria, noncuranza e bruta ignoranza… Almeno non solo.

Vi sono delle ragioni storiche, culturali, economiche e psicologiche che si celano dietro ad un’accesissima biofobia – paura degli altri esseri viventi – o teriofobia – paura degli altri animali.

Dovessi tenere un corso sulla convivenza con il selvatico nell’Antropocene dovrei mostrare una convergenza razionale di ciò che sappiamo – scienza – e dei comportamenti che dovrebbero derivarne – etica –, ma prima dovrei essere onesto su di un punto: convivere non è sempre facile, bello o conveniente.

La natura non-umana non è solo fonte di meraviglia per i nostri sensi o di servizi ecosistemici. Essa, spesso e volentieri, è anche ragione di svantaggi, inconvenienti e paure (più o meno razionali).

Soventemente si sente parlare dell’importanza di essere in contatto con la natura per la nostra salute psicologica.

Da rewilder, guida ambientale e, soprattutto, da filosofo mi sorge spontanea la domanda: quale natura?

Certamente non è la morte, la malattia o il parassitismo che si vogliono esperire andando a meditare in un bosco. La nostra idea di natura, in un modo o nell’altro, è frutto di una prospettiva culturale, di un pre-concetto.

L’incontro con soggetti non-umani autonomi buca i nostri fragili sogni e ci mostra prospettive plurime e raramente semplificabili.

Torno a ripeterlo, coesistere non è facile. Tuttavia, è fondamentale.

Perciò, prima di guardare alle “soluzioni”, famigliarizziamo con i cosiddetti “disagi ecologici”.

Qui propongo quattro emendabili categorie:

1. Disagi materiali come predazione su bestiame o animali da compagnia (da parte di orsi, lupi, volpi), incidenti stradali e danni alle coltivazioni (cinghiali e altri ungulati), allagamento di aree agricole (castori), trasmissione di malattie e, soprattutto, possibili scontri fisici con umani (punto che analizzerò con molta attenzione in prossimi articoli).

Per quanto concerne i danni materiali molto può essere fatto da un punto di vista tecnico, tuttavia occorre riabituare le persone a credere nella prevenzione del danno. I rimborsi, senza una cultura della prevenzione, non sono una strada percorribile e nemmeno auspicabile.

2. Emozioni e attitudini negative verso gli animali riducono in maniera significativa il benessere della vita umana. Non esiste, infatti, solo la “biofilia”, ma anche la “biofobia”, ovvero la paura – spesso disproporzionata – nei confronti di animali non-umani. Un esempio di biofobia, è la diffusa paura nei confronti di insetti innocui.

Ansia, rabbia, paura e disgusto minano tanto la vita delle persone quanto la riuscita di progetti a lungo termine di conservazione e rewilding. Studi sociologici suggeriscono che la propensione alla biofobia varia in base a fattori molteplici tra i quali genere, età, lavoro ed educazione. Sentimenti di paura, come provato in diverse ricerche, rendono la popolazione locale incline a supportare abbattimenti illegali.

Cosa sappiamo delle attitudini biofobiche?

E, soprattutto, come utilizzare queste conoscenze a vantaggio della convivenza?

Qui sottolineo l’importanza di due dati.

Primo, la causa principale di ansia e preoccupazione è dettata dal senso di “imprevedibilità” di alcune specie o individui. Ciò significa che maggiore educazione e divulgazione possono aiutare a diminuire il nervosismo. Tuttavia, gli esperti non devono – a favore della conservazione – smentire rischi esistenti (come dire che aggressioni ad umani sono CERTAMENTE impossibili) o parlare come profeti, poiché l’etologia animale ci troverà sempre in difetto.

Secondo, l’assenza di incontri con la fauna selvatica aumenta la tolleranza nei confronti di essa mentre incontri più assidui possono minarla. Sembrerebbe un’impasse, uno stallo, ma c’è un terzo fattore: l’abitudine. Dopo un iniziale periodo di “assestamento” gli umani tendono a trovare un loro equilibrio esistenziale al fianco dei coinquilini selvatici. Ciò significa che i momenti di ricolonizzazione o le re-introduzioni sono i periodi più delicati ove operare onde non compromettere a lungo termine il rapporto tra persone e fauna selvatica.

3. Simbologie negative influiscono sul modo in cui pensiamo gli altri animali e, perciò, rafforzano la percezione del danno materiale e della paura nei confronti di alcune specie. I pregiudizi abbondano soprattutto in zone rurali: i tassi sono sporchi, le volpi subdole, i lupi assetati di sangue…

L’intera cultura umana è permeata di immagini fantastiche delle identità animali, a volte favorevoli a volte sfavorevoli, e queste superstizioni hanno un peso non indifferente nella possibilità di coesistere. Per tale ragione gli studi zooantropologi e interdisciplinari che ripercorrono la storia del nostro rapporto simbolico con i non-umani devono essere incoraggiati allo scopo di renderci pienamente consapevoli della nostra prospettiva storico-culturale in relazione ai selvatici.

Uno degli aspetti più utili nella comprensione del disagio che alcuni provano nei confronti dei selvatici è il concetto di violazione di spazi simbolici.

Se, ad esempio, un lupo passeggia nel giardino di casa di una persona quell’animale non si sta “solo” avvicinando troppo, bensì sta violando uno spazio di comfort, sicurezza e identità che si basa sull’assunto – totalmente culturale – che il selvatico appartenga al bosco, al “wilderness”.

Gli umani – in Occidente – sono stati cognitivamente predisposti a credere in una scissione netta, ontologica direi, tra “civile” e “selvaggio”, tra “cultura” e “natura”, tra “umano” e “non umano”.

Il comportamento di molti animali, volpi in primis, sfida credenze e visioni di mondo costringendoci a nuove narrative.

Siamo pronti a riscrivere i nostri orizzonti simbolici?

Molto lavoro spetta a scrittori, artisti, intellettuali… ma soprattutto a giornali e media non compromessi da logiche tossiche.

4. Pratiche culturali messe a rischio dal ritorno di determinati animali sono un pomo della discordia da non sottovalutare. Ad esempio, caccia e allevamento di bestiame non sono solo attività economiche facilmente “rimpiazzabili”. Tali pratiche portano seco una visione di mondo e sono generatrici di identità per diverse comunità rurali.

Un esempio da manuale è il valore della caccia nei paesi scandinavi che, essendo una pratica da tempo in declino, vede nella “competizione” con lupi e altri grandi carnivori il giungere del suo canto del cigno. In parole povere, i sostenitori di pratiche economico-culturali in declino riversano facilmente le loro frustrazioni sui “nuovi arrivati” e si difendono con le unghie e con i denti se messi alle strette da movimenti di rewilding e conservazione.

Il mio invito su questo punto è quello di non sottovalutare i possibili plurimi “nemici” della conservazione, poiché essi agiscono nel tentativo di difendere una porzione, forse non positiva, della propria identità.

Compresi questi quattro aspetti del disagio ecologico, possiamo ragionare assieme circa le strategie più idonee onde restituire un po’ di selvatichezza a questa domesticata Europa.

Natan Feltrin

 

Per saperne di più su questi temi guarda i contenuti della RewildAcademy qui proposti:

Libro Into the (Re)Wild

Conferenza Antropofagia

Libro Orme Selvagge

 

Riferimenti:

Bixler, Robert D., and Myron F. Floyd. 1997. Nature is scary, disgusting, and uncomfortable. Environment and Behavior 29(4):443–467.

Bixler, Robert D., Cynthia L. Carlisle, William E. Hammltt, and Myron F. Floyd. 1994. Observed fears and discomforts among urban students on field trips to wildland areas. The Journal of Environmental Education 26(1):24–33.

Blekesaune, Arild, and Katrina Rønningen. 2010. Bears and fears: Cultural capital, geography and attitudes towards large carnivores in Norway. Norsk Geografisk Tidsskrift-Norwegian Journal of Geography 64(4):185–198.

Cassidy, Angela, and Brett Mills. 2012.‘Fox tots attack shock’: Urbanfoxes, mass media and boundary breaching. Environmental Communication: A Journal of Nature and Culture 6(4):494–511.

Cassidy, Angela. 2012. Vermin, victims and disease: UK framings of badgers in and beyond the bovine TB controversy. Sociologia Ruralis 52(2):192–214.

Boitani, Luigi, and John D. C. Linnell. 2015. Bringing large mammals back: large carnivores in Europe. In Rewilding European Landscapes, ed. Henrique M. Pereira, and Laetitia M. Navarro, 67–84. Berlin: Springer International Publishing.