Dove la morte diventa racconto: il richiamo del lupo bianco

Alice Vettorata

Writer & Blogger

 

In una fiera, trovare uno stand che affronti esplicitamente il tema della morte può suscitare repulsione nei frequentatori. È una reazione incontrollata, naturale e dettata dal senso di sopravvivenza. Lo stesso può valere per i profili e per il sito gestiti dal collettivo, contenitori che raccontano anche dietro le quinte di ciò che viene realizzato (vedi uno degli ultimi articoli, come quello del tasso).

A cambiare la percezione di un tema sensibile come quello della morte sono i principi sui quali si fonda il progetto, le motivazioni che spingono il collettivo a parlarne e a usare i resti lasciati dal suo inesorabile passaggio per trasmettere messaggi importanti.

 
Morte torna a raccontare

 

Durante il Feffarkhorn 2025, fiera nel trevigiano, questo concetto è stato più evidente che mai. Avere un dialogo diretto, un confronto con chi decide di avvicinarsi alle opere esposte è essenziale. Perché essere attratti e incuriositi da un pezzo portato in fiera per la sua bellezza e qualità tecniche è un primo step. Poi subentrano le domande, gli interrogativi sul perché ci sia questa scelta alla base della realizzazione.

Perché vengono usate delle ossa? Come sono state recuperate? Perché dovrei scegliere un pezzo anziché un altro? Ci sono documentazioni? C’è un nesso tra la rappresentazione artistica e l’animale diventato tela su cui lavorare?

Queste e altre domande trovano risposta parlando con chi sta custodendo sul banco le opere realizzate dal collettivo. Quindi, riconoscendo che lo stand non deve essere elitario o repellente, ma anzi, deve provare a superare il timore atavico nei confronti della morte, avere davanti a sé persone curiose incentiva a proseguire su questa linea.

 

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Il Feffarkhorn, come tutte le fiere alle quali partecipa lo stand, diventa un punto di ritrovo tra il collettivo e gli amici più distanti, vicini però ai luoghi in cui le fiere vengono organizzate. Durante l’edizione del 2025 è tornata una cliente che vive vicina al luogo della fiera.

Il legame scattato tra lei e un pezzo in vendita è stato immediato. Una collana che ha come ciondolo una porzione di mandibola di lupo decorata a china da Magda. Rappresenta un’arpia dipinta da Doré, realizzata per accompagnare un’edizione illustrata della Divina Commedia di Dante. La combinazione tra la presenza del lupo, la tecnica di Magda e la scelta di riprodurre un elemento connesso all’opera del sommo poeta aveva smosso qualcosa in chi l’aveva osservata e capita. Aveva risvegliato ricordi e alimentato il desiderio verso un oggetto che parlava di lei, anche se, fino a quel momento, non si erano ancora mai incontrati.

Da quell’attrazione sono arrivate le domande. Ha visto che lo stand raccontava qualcosa che andava ben oltre ciò che si può vedere in superficie. Ha letto il volantino in cui veniva spiegata l’iniziativa di raccolta fondi da devolvere alla tutela degli orsi in Abruzzo, attiva durante quel periodo, ha chiesto informazioni sulla documentazione relativa al rinvenimento della mandibola lavorata.

 

 

Parlandone in un secondo momento, la ragazza ha raccontato come si sia creata una vicinanza ulteriore nei confronti del lavoro svolto dal collettivo proprio perché intriso di significati, mosso da valori e rispetto nei confronti di chi non c’è più. La narrazione di ciò che motiva a creare trova delle connessioni con la narrazione personale di chi osserva lo stand o sfoglia un catalogo. Quando scatta questa risonanza, si crea qualcosa di molto importante.

Dopo aver ammirato il pezzo esposto e chiesto informazioni ci ha pensato un po’ e mentre esplorava il resto della fiera, valutando se adottare o meno quella collana, probabilmente sono tornati alla mente alcuni aneddoti del passato che hanno rinforzato questa nuova affinità appena trovata.

Il legame con la figura del lupo era già presente nella sua infanzia, quando trascorreva molto tempo in campagna dai nonni, spesso da sola. Ma non in solitudine. Come scrisse Haruki Murakami in Kafka sulla spiaggia, (2002): “Il silenzio è una cosa che si ascolta” e proprio nella dimensione silenziosa conobbe Akira. Oltre agli animali che scorrazzavano nella natura che la circondava ce n’era uno impalpabile, un lupo bianco che la sua mente giovane aveva creato come proprio amico immaginario.

Crescendo, la figura che l’aveva accompagnata nel corso delle giornate d’infanzia sparì, per tornare sotto nuova forma qualche anno più avanti.

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 Quando l’altra sua nonna venne a mancare, la ragazza attraversò un momento complesso, come può essere quello di un lutto. In sogno, ricoprendo il ruolo di presenza confortante, Akira si ripresentò. In questa fase onirica i due si riconobbero, ritrovandosi dopo anni passati senza ricordarsi l’uno dell’altro. Il lupo bianco la condusse verso una radura vicina alla spiaggia, luogo in cui si sedettero vicini. La sensazione provata dalla ragazza era stata di pace, di serenità ritrovata in un momento così complesso della sua vita. Akira la mise nuovamente al riparo dalla gestione solitaria di situazioni dolorose, adattando la propria presenza alla crescita della sua compagna umana.

La potenza della narrazione, il legame affettivo che abbiamo verso alcuni simboli ci porta inevitabilmente a sentire vicino qualcosa che ancora non abbiamo esplorato. Motivi per i quali la ragazza è tornata allo stand decisa ad acquistare la porzione di mandibola di lupo raffigurante un’arpia dantesca.

Nell’inferno di Dante, queste figure sono appollaiate tra gli alberi e si esprimono in modo incomprensibile, tramite lamenti, provocando dolore ai dannati. Akira invece, pur essendo stato creato da una bambina abbracciata dalla natura, riusciva a esprimersi in modo dolce e confortante, abilità che ha mantenuto anche nel sogno adulto.

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Qui si ripresenta la nuova vita che si desidera dare ai pezzi realizzati. Partono da materia prima inerte e diventano l’inizio di una nuova narrazione, che dapprima si trasforma sotto la mano delle artiste e degli artisti e poi nella lettura di chi apprezza quei lavori. In questo caso un progetto dedicato a Gustave Doré ha rafforzato un legame che fino a quel momento era stato incorporeo e, con la mandibola, è diventato quasi tangibile.

Questi vostri racconti sono gli episodi che spronano a proseguire nella creazione e nell’ideazione di qualcosa di nuovo. Nelle fiere è abbastanza diffuso trovare materiale grezzo da personalizzare o da indossare e/o esporre in casa, ma i pezzi lavorati proposti donano nuove interpretazioni, permettendo di stringere connessioni più intense tra l’opera e chi la sceglie.

Motivo per cui ci saranno sempre opere imponenti realizzate per dare libero spazio alle ricerche e alla sperimentazione, ma non mancheranno di certo pezzi di prestigio che possano avvicinarsi a chiunque.

                      Hai mai vissuto un’esperienza simile con un pezzo che hai scelto?

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