La terra smossa per accogliere Freja, lupa regina delle contraddizioni, ha riportato alla luce i resti preziosi di Grufola, la maialina vietnamita che in passato ha vissuto in casa Debitum.
Scavare, in modo fisico, ha fatto affondare le mani anche nei ricordi di chi ci ha lasciati anni fa; sia perché letteralmente abbiamo toccato le loro ossa, sia perché insieme alle loro spoglie sono ritornati in mente aneddoti e ricordi sulla vita che hanno trascorso.
In fin dei conti, in modo un po’ romantico, è ciò in cui consiste anche il lavoro degli archeologi, impolverati e inginocchiati al suolo sul sito d’interesse. Sparsi a terra intorno a loro gli attrezzi del mestiere, alla mano, pennellini con setole di diversi spessori per ripulire in modo adeguato i reperti, scavano in cerca di ricordi, svelando tracce di vite ormai lontane.
Le memorie più fragili, quelle più intime e dolorose, quelle che abbiamo cercato di evitare consciamente per diverso tempo, scacciandole brutalmente quando sentivamo che le emozioni da gestire erano troppo forti, vanno pulite con setole morbide, facendo attenzione.
Alcuni aneddoti divertenti che ci fanno ancora ridere quando pensiamo a chi non c’è più, possiamo invece spolverarli con più vigore, con pennelli dalle setole spesse, per farli splendere più frequentemente e farci compagnia, soprattutto quando la mancanza diventa insostenibile. Come se quelle anime non ci avessero mai lasciato.

Proprio un archeologo, John Garstang, impegnato negli scavi di Gerico nei primi decenni del 1900, rinvenne dei resti umani risalenti al Neolitico che hanno una particolarità straordinaria mai riscontrata in precedenza.
Ai teschi scoperti era stato applicato un materiale modellato per replicare le fattezze della persona defunta alla quale l’osso era appartenuto. Così facendo, i nostri antenati crearono ritratti che intendevano far protrarre il più a lungo possibile il ricordo dei volti che erano stati amati.
Questi resti, oltre a essere una delle prime testimonianze di valore scultoreo nella storia dell’uomo, sono anche una delle prime prove che il ricordo mantiene in vita. Il nostro lavoro però ci insegna che qualche volta non basta. Avere qualcosa di concreto vicino a noi che fa riaffiorare i ricordi del passato dona conforto, permette di elaborare il lutto e ci ricorda che la fugacità della vita va celebrata, anche dopo.
Mentre un essere vivente è vicino a noi e possiamo interagirci quotidianamente, non ci poniamo il problema di come sarà la nostra vita senza quella presenza, se non in rari attimi. In alcuni istanti di eccessiva lucidità, troppa per un essere umano, ci capita di pensare a questo futuro vuoto, ma prontamente scacciamo l’idea.
Come potremmo continuare a vivere con la loro assenza? Un lutto ci svuota e ci rende più attenti al mondo attorno a noi. Cogliamo segnali nuovi, vediamo i luoghi prima abitati dai corpi che non ci sono più con una nuova prospettiva, come se fossero stati costruiti per essere vissuti da chi ora non li può più occupare fisicamente.
Che ruolo avranno ora quegli spazi? Sentiamo la mancanza delle loro voci e dei versi, delle abitudini che ci portavano a compiere. Possono essere necessari tempi lunghi per perdere queste piccole tradizioni intime.

Ciò che, come collettivo, facciamo da anni è prolungare questi attimi che fanno parte del passato.
Facciamo riappropriare le creature degli spazi che hanno occupato in vita, prolunghiamo la loro presenza donandole un nuovo significato. In modo simbolico diamo loro degli strumenti che nella prima vita non hanno avuto, mettendo a nudo la loro anima e arricchendola con il racconto della loro vita, permettendo a chi rimane di sentire ancora vicino ciò che sembra essersi dissolto.
I nostri pezzi diventano la testimonianza degli intrecci di vite. I resti di chi non c’è più, che hanno le esperienze di un’intera vita da trasmettere, si legano ai racconti di chi è stato loro vicino e all’esperienza e alla sensibilità di chi lavora le loro ossa. Una combinazione potente che rende eterna la presenza e ne celebra il ricordo.
Ars te aeternat

