Cosa spinge a percorrere centinaia di chilometri in poche ore, attraversando l'Italia, per raggiungere un piccolo borgo medievale? L'amanuense Stefano Gelao
Una storia di confine tra la Romagna e le Marche, ma anche tra le epoche, tra la tradizione secolare e la modernità. Spesso il confine è una condizione che consente di avere un’analisi d’insieme completa, ricca di conoscenze e di curiosità. Avevo questa percezione mentre percorrevo le antiche salite di Gradara, con un bouquet di penne di cicogna sottobraccio. Un dono di cui non conoscevo ancora il valore. Solo più tardi, nel corso della serata, ne avrei scoperto molte sfaccettature, più di quanto immaginassi.
Superando la doppia linea di mura medievali che circonda il borgo di Gradara, in provincia di Pesaro e Urbino, si viene travolti da un tempo altro che accoglie subito. Avranno certamente contribuito le luci calde delle vie che stavano illuminando il calare della notte, ma il merito principale di quella sensazione sospesa nel tempo spettava a Stefano Gelao.
Professione amanuense. Destinatario delle penne di cicogna che portavo con me.
Le ore trascorse con Stefano non sono state una tipica intervista strutturata con domande e risposte, ma un costante flusso di spunti, aneddoti e osservazioni. Questi hanno delineato elementi in comune tra il metodo del suo lavoro e il modus operandi che caratterizza il collettivo. Sono emersi molti punti di contatto e anche là dove questi sono sembrati divergenti, chiacchierando, abbiamo avuto la percezione che il fine delle nostre azioni fosse condiviso.
Non bisogna farsi ingannare dalle vesti e dall’eloquio di Stefano, perché sarebbe errato arrivare alla conclusione che la sua vita sia contenuta in una bolla circoscritta da un mestiere antico. Ha appreso grandi insegnamenti da filosofi e colleghi rinascimentali, da eventi storici e dalle dinamiche sociali del passato, ma questo non significa che con lui non si possa parlare di attualità, di cinema e di una bella partita a Warhammer.
Le mura di Gradara sono solo costruzioni, un lascito difensivo del passato, ma non hanno alcun potere sul pensiero curioso. Come cantava Dalla: “Il pensiero come l’oceano, Non lo puoi bloccare, Non lo puoi recintare”.
Il collettivo lavora su resti animali, ossa e supporti che, per la maggior parte della società, vengono semplicemente considerati scarti. Parti di corpi che non vivono più. Certo, non possono interagire attivamente con il mondo, ma le mani degli artisti li rielaborano e li fanno parlare; possono ancora così trasmettere emozioni e veicolare messaggi.
Stefano, a sua volta, fa germogliare la maggior parte delle lettere che delinea sulla pelle di capretto, un sottoprodotto dell’industria dell’allevamento. Nonostante l’origine non sia cruelty free come in Debitum Naturae, ogni piccolo lembo di pelle viene utilizzato con onore.
Nella parte visitabile della torre, dove lavora Stefano, si notano frammenti frastagliati di pergamena. Lì, come piccole macchie di Rorschach realizzate con colori creati a mano, sono presenti prove di tratto e macchie di inchiostro in eccesso. Quello che sarebbe stato di troppo è stato tralasciato sul piccolo pezzo di pergamena, per garantire la miglior resa sul pezzo definitivo. Un artista è questo, un insieme di prove, curiosità e tentativi per raggiungere un risultato sperato.
Lo stesso vale per gli strumenti utilizzati per illustrare e scrivere sulle pergamene. La cura con cui sono state scelte le penne di cicogna adatte allo scopo è stata ipnotizzante. Le dita correvano sul rachide e il calamo di ogni pezzo per testarne la resistenza e la possibilità di diventare uno strumento, un alleato per realizzare la lettera perfetta. Se l’importanza di tributare la vita che ha permesso di realizzare un’opera è il primo punto che abbiamo notato essere una costante in entrambi gli approcci al lavoro, il secondo è strettamente collegato a questa ricerca: la lettera perfetta. Un obiettivo che implica una serie di accortezze.
Sebbene nel corso della serata si sia giunti alla conclusione che “finito non perfetto” sia una linea da tenere a mente mentre si lavora, soprattutto in ambito artistico, abbiamo convenuto che almeno l’ambizione di creare qualcosa di ideale sia inevitabile.
La ricerca della lettera perfetta per Stefano è un modo per concentrarsi sulla resa di ciascun elemento che compone la sua opera. Ciò significa che scrivere una “p” su una pergamena dal contenuto sacro o religioso equivale a tracciare lo stesso carattere per comporre parole ritenute blasfeme. La cura del dettaglio rende il risultato soddisfacente, degno di essere studiato e coccolato per le ore necessarie alla sua genesi. Può risultare difficile pensare a qualcosa che dia gioia e che richieda del tempo per essere ottenuto, soprattutto oggi, tempo della dopamina facile.
La nostra quotidianità è la prova che il parametro al quale aderire sia principalmente quello della rapidità. Di reazione, di ottenimento di un risultato, di acquisto.
Scrivere con una penna di cicogna lavorata a mano, capace di creare linee sottili e spesse, consentendo al contrasto tra i tratti di dare vita a un armonioso risultato, oggi è un atto rivoluzionario. Così come lo è la pratica di scrivere con la pergamena capovolta per non compromettere l’asciugatura dell’inchiostro, soggetta a sbavature, essendo Stefano mancino. Sono piccole accortezze, dettagli controcorrente che narrano la necessità di tempo per creare. Così come il tratteggio di Magda, composto da lineette che non possono formare un uncino per ottenere la resa ideale, la cesellatura minuziosa del carving di Sirah o i tagli puliti delle ossa lavorate da Pellegrino.
Concedersi del tempo per creare, per soffermarsi sul respiro controllato, in modo tale da non commettere una sbavatura, o per assecondare un ripensamento avuto in corso d’opera.
Chi non può permettersi questi lussi? Chi crea tramite prompt da dare in pasto a una macchina.
“Intelligenza artificiale” è quella combinazione di parole che almeno una volta al giorno sentiamo pronunciare. Adesso anche per colpa nostra, mi dispiace. Ci sono però considerazioni che, a nostro parere, poiché sono nate nello scriptorium di un amanuense, non potevano essere trascurate.
Se ti aspetti una condanna severa a questa tecnologia forse ti stupirà leggere le prossime righe. Infatti, mentre stavamo curiosando nello studio cogliendo con lo sguardo l’immensa quantità di dettagli presenti nei lavori esposti, Stefano ci ha citato alcuni esempi di artisti del passato.
Accompagnandoci tra le sue pergamene, ci ha raccontato come Caravaggio rimase abbagliato dalle potenzialità della camera oscura, così come Vermeer, che la sfruttò per facilitare il ritratto di un soggetto sulla tela. Alcune prove di questo utilizzo si trovano in varie opere dell’artista lombardo, tra cui Cena di Emmaus. Lo stesso vale per Leonardo da Vinci, probabilmente uno degli esempi più celebri di artisti che hanno cercato di impiegare tutte le tecnologie e sperimentazioni sulla scena scientifica, tecnologica e artistica per creare qualcosa di nuovo.




Emergono così altre doti degli artisti. Oltre alle capacità pittoriche, scultoree, calligrafiche o illustrative che possono avere, comprendono quali parti del loro lavoro possono essere affidate a uno strumento tecnologico. Se si tratta di procedure che non vanno a intaccare la genuinità del lavoro, che non snaturano l’idea e la realizzazione complessiva dell’opera, allora diventano strumenti utili.
La soglia che non deve essere superata è proprio quella che definisce l’intelligenza artificiale come strumento; non come nostra sostituzione. I creatori possono servirsi di strumenti utili per il lavoro, ma non possono diventare loro servi. Diventa necessario porre dei limiti di natura etica per non portare alla deriva e all’esasperazione uno strumento come l’intelligenza artificiale.
Stefano Gelao menziona lo scrittore umanista Giovanni Tritemio, che nell’opera Elogio degli amanuensi (1492) condannò la “cartaccia moderna” di stracci, temendo che, col tempo, si sarebbe deteriorata. Mentre Plinio il Vecchio, in Naturalis Historia (77-78 d.C.), sosteneva che ciò che viene affidato alla pergamena è destinato ai secoli. Perché contraddire Plinio il Vecchio? Il tempo gli ha dato ragione; le pergamene portano ancora oggi il messaggio che è stato affidato loro secoli fa. Lo stesso però è accaduto con la “cartaccia moderna”, che non ha mai pensato di sparire e ci permette ancora oggi di leggerla.
Il filosofo e divulgatore Telmo Pievani, nel suo libro La natura è più grande di noi. Storie di microbi, di umani e di altre strane creature (2022), sviscera anche questi pensieri:
“Come tutti gli strumenti — che noi inventiamo, ma poi loro reinventano noi perché ci fanno pensare e agire diversamente — anche quelli digitali sono ambivalenti. Possono fare bene e male al massimo grado”, giungendo alla conclusione, “Non è detto, poi, che si debba scegliere tra i due poli opposti del catastrofismo tecnoscettico e dell’entusiasmo acritico verso qualsiasi gingillo digitale. Meglio essere tecnottimisti con beneficio d’inventario e con la guardia alta”.
Modernità non equivale quindi a perdizione, né tantomeno a un tradimento nei confronti del passato, ma al contrario, fa parte di uno degli insegnamenti dei Maestri. Conservare la memoria onorandola e riprendere dal passato senza indossare un paraocchi che ci isola dal presente, in modo tale da lasciare qualcosa ai posteri. Questo è il prossimo punto d’incontro tra Stefano e il collettivo.
Dopo aver trascorso nel laboratorio di Stefano le ultime ore di apertura al pubblico, raccontandoci aneddoti sul suo lavoro e cercando di ricordare come sia avvenuta la conoscenza tra lui e il collettivo, verosimilmente a una fiera in cui entrambe le realtà avevano esposto, abbiamo optato per proseguire la conversazione a cena. L’amanuense, indossando un corto mantello svolazzante e impugnando un bastone da passeggio, ci ha condotti in un locale perfettamente in linea con l’atmosfera che si respira in questo luogo.
Qui, mentre le conversazioni spaziavano tra filmografia da recuperare (con esplicita raccomandazione di Pellegrino: l’anime Alexander Senki del 1999 merita), buon cibo e considerazioni su come vivere d’arte, sono spuntati altri fili conduttori. Non sono mancate occasioni in cui Stefano, Pellegrino, Magda e Sirah hanno collaborato, intrecciando competenze e visioni artistiche che hanno dato vita a opere uniche. Il fine però, qual è?
Arte per l’arte, creare per esprimersi, per trasmettere ideali e concetti, per onorare il lavoro svolto da antichi portavoce di questo meraviglioso e complesso mezzo di esposizione, per viverne facendola diventare lavoro. È solo questo ciò che spinge l’essere umano a creare?
Da quando Stefano opera a Gradara ha intrapreso anche una nuova sfumatura del suo lavoro che ci collega a un motivo per cui creare arte diventa qualcosa di più. Quello dell’insegnamento. Ci ha raccontato come ora stia tramandando le sue conoscenze in ambito calligrafico e non solo, come è evidente trascorrendo alcune ore con lui con altre persone. Lo scriptorium non è più soltanto un luogo di raccoglimento in cui lavorare e contemplare lo sviluppo dell’opera, ma è diventato anche sede di scambio di conoscenze e di immortalità. Realizzare opere pone anche questo obiettivo: lasciare qualcosa di sé ai posteri.
Who wants to live forever? è stato un brano che abbiamo citato durante la serata in riferimento alla colonna sonora di Highlander (uno dei film che la sottoscritta deve recuperare secondo Stefano e Pellegrino. Eseguo) ed è stato il punto di svolta di tutta la conversazione, perché ha unito tra loro tutti i punti in comune notati nel corso della chiacchierata.
Le opere create da Stefano, Sirah, Pellegrino e Magda sono destinate all’eternità sia perché c’è il desiderio di comunicare qualcosa a lungo termine sia perché utilizzano materiali che hanno vissuto e, parafrasando il ragionamento di Plinio il Vecchio citato sopra, ciò che viene destinato alla pergamena e alle ossa, aggiungiamo noi, è destinato ai secoli.
Come dicevamo, per lasciare un messaggio all’eternità questo deve essere pensato, progettato ed elaborato. È una pratica che richiede tempo. Non possiamo permetterci di affidare le nostre idee a un prompt, facendogli domande che avranno una sola risposta, solitamente quella che l’AI sa che vogliamo ottenere. Un artista ha bisogno di mettersi in discussione e di essere messo in discussione, creando connessioni con altre persone, collegando spunti e idee. La rete di temi che si crea grazie alle nostre sinapsi non ha eguali. Quell’intricata mappa concettuale si dipana davanti a noi mentre stiamo ragionando e ci porta a lidi nemmeno immaginati in precedenza. Tutto ciò richiede cura, un’analisi lucida di passato e progresso, di tempo e curiosità.
Questa chiacchierata con Stefano, persona che egoisticamente ringrazio di aver abbandonato il mondo della programmazione per avermi permesso di avere una conversazione così ricca, non si sarebbe potuta svolgere in modo diverso da questo. Sarebbe stato impensabile per me porgli una domanda presente in una scaletta precisa per ricevere una risposta circoscritta. Sarebbe stata una privazione immaginare una conversazione con lui impostata come un qualsiasi dialogo con un’intelligenza artificiale. Avremmo perso preziose divagazioni, aneddoti, curiosità, declamazioni e arguzia.





