Memento mori e l’inganno dell’eterno

Alice Vettorata

Writer & Blogger

Teschio da scrivania

Memento mori Renan Polles

Renan Polles – Sixties vanities (circa 2010)

Tra il XV e il XVII secolo, nascosto tra fogli, libri e inchiostri, non era raro notare teschi o loro riproduzioni artistiche. Sulle scrivanie degli studiosi era spesso presente un memento mori-fermacarte che sicuramente non passava inosservato. La scelta di utilizzare teschi da tenere vicino a sé durante la scrittura non si limitava a una considerazione estetica o alla voglia di essere eccentrici. Abbiamo testimonianze di questa usanza grazie a dipinti che ritraggono personalità note sedute alla loro postazione di lavoro. Mentre sfogliano carte e girano mappamondi, un teschio li sorveglia.

La morte è un tema destinato a seguire l’essere umano ovunque. Il memento mori (ricordati che devi morire) è un mantra che accompagnerà questo approfondimento.

Teschio da meditazione

Memento mori durante lo studio
Godfrey Kneller – An Old Scholar (1668)

Vanitas e i suoi simboli

Il genere artistico che incarna al meglio il concetto del memento mori è la vanitas che conosce il suo momento di massimo splendore tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Con l’intento di far riflettere sulla costante tensione tra il desiderio umano di possesso, di conoscenza e la caducità della vita, gli artisti dipinsero opere che rendevano la morte protagonista. Un memento mori, per l’appunto. Fu così che, attraverso l’accostamento di oggetti di uso quotidiano, vennero dipinte scene riconoscibili e familiari solo in apparenza, cariche di significati simbolici legati alla morte.

Clessidre e orologi che scandiscono il tempo che passa, candele che si consumano, muffe e insetti pronti a divorare ciò che un tempo aveva vissuto, come fiori recisi, frutti e prede animali. Strumenti musicali che non producono suoni e beni preziosi che, nell’aldilà, non servono a nessuno. Simboli di una vita dedicata a qualcosa destinato a perire, qualcosa di inconsistente al quale l’essere umano ha dato più valore del necessario.

In questi dipinti la morte non viene spettacolarizzata, bensì ritratta come presenza silenziosa e inevitabile, con la quale condividere un percorso. Il tempo consuma le cose e noi, ogni giorno, abbiamo il dovere di notarlo.

Qual è il valore del teschio per il nostro collettivo?

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Il teschio rinvenuto eticamente torna sulle nostre scrivanie, appeso alle pareti e sotto forma di monile per ricordarci che prima o poi moriremo e che dobbiamo sfruttare ogni attimo di questa vita, certo. Ora però, assume un ulteriore significato. Ha l’importante compito di ricordare che stiamo consumando le risorse che ci permettono di vivere. Oggi il memento mori è anche critica sociale che va oltre il concetto biblico del vanitas vanitatum (vanità delle vanità).

L’artista Damien Hirst con l’opera For the Love of God (2007) punta il dito verso l’ossessione nei confronti del denaro, oggi più intensa che mai, ricoprendo un teschio umano con 8601 diamanti. L’HR Giger Museum in Svizzera crea una scatola ossea fittizia in cui sono custodite le opere dell’artista. Non si può scappare dalla morte, ma non per questo dobbiamo essere anestesizzati dalla sua presenza.

Oggi noi lavoriamo su teschi e ossa che diventano delle vanitas ecologiche. Ciò che recuperiamo eticamente non ha il fine di estetizzare la morte, ma di sottrarre il decesso all’invisibilità. Scavare, modellare, dipingere e lavorare i materiali ossei è un modo per far prestare attenzione a ciò che sta accadendo nel mondo. I nostri pezzi non vogliono solo comunicare il memento mori, vogliono ammonire, mettere in crisi l’idea di una crescita infinita fondata sullo sfruttamento di altre vite. Un risultato che deriva da scelte economiche, alimentari e culturali.

Non possiamo più distogliere lo sguardo.

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