Osserva la foto qui sopra e rispondi d’istinto alla domanda: cosa vedi?
Se dentro di te hai risposto: “un cervo”, non hai “sbagliato”, ma hai appena esperito il fenomeno denominato “plant blindness”.
Per plant blindness (concetto formalizzato la prima volta alla fine degli anni ’90 da James H. Wandersee e Elisabeth E. Schussler) si intende la tendenza cognitiva umana a ignorare o quantomeno sottovalutare la presenza di piante nell’ambiente circostante e/o quando si osserva un’immagine. Nella foto sopra il cervo occupa circa il 17% del totale. C’è erba nella parte bassa. Alberi sullo sfondo. Eppure la nostra attenzione è catturata dall’animale. È normale: il nostro processo evolutivo ci ha ovviamente portato a identificare con maggior precisione, velocità e attenzione creature in movimento che potessero costituire una risorsa o una minaccia.
Nella maggior parte della popolazione, se già è difficile includere nel circolo dell’etica gli animali non umani, farlo almeno parzialmente anche con le piante è una cosa rarissima. Di Stefano Mancuso, per intenderci, non ce ne sono molti.
Per chi, colpevolmente, non lo conoscesse, Mancuso è un botanico italiano tra i fondatori della neurobiologia vegetale che da quasi 30 anni a questa parte lavora per studiare, comprendere e diffondere la capacità delle piante di percepire, comunicare e adattarsi all’ambiente. Guardare una delle sue tante conferenze su YouTube o leggere un suo libro ci apre la vista su un mondo affascinante e alieno, fatto di aneddoti e fenomeni incredibili.
Ma perché un articolo su questo tema?
Perché la giuntura tra resti animali e piante è stata il mio primo approccio all’arte macabra. Il logo di Debitum Naturae è una piantina che germoglia dal cranio di un cinghiale e, dopo 10 anni, ancora sperimento e ricerco modi per la massima sinergia tra questi elementi. Più di una volta ho “salvato” piante abbandonate e gettate come se fossero “animali in difficoltà”, come hai potuto vedere nel post Instagram che ti ha probabilmente portato qui o in questa serie di storie in evidenza.
Questo perché credo che, fatta la dovuta tara (bisogna prestare attenzione a non cadere nella trappola della classica obiezione “onnivora” del “ma se sei vegano allora mangi le piante anche se anche loro soffrono”, che è ovviamente una fesseria; recluteremo Natan per un articolo di approfondimento a riguardo), comprendere che sì, anche la vita delle piante ha un valore aiuti ad avere un approccio più etico e meno antropocentrico al mondo.
Ho sempre creato (e continuerò a creare) opere in questa direzione così come il tema botanico è sempre stato anche nelle corde di Sirah di Afterlife e Magda ArsMacabra.
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