“Mi fa morire”: Crisi nel linguaggio generazionale

Perché la vicinanza all’occulto e al macabro sembra vivere un nuovo Rinascimento?

Non parliamo solo della nostra realtà in quanto Debitum Naturae.

Il collettivo e la dimensione macabra percorrono la stessa strada e non possono essere scissi, motivo per cui, forse, notiamo ancora più facilmente quando il macabro torna ad essere una tendenza.  

Come mai proprio ora, in piena Gen Z, tornano allusioni, più o meno esplicite, alla morte?  

Il barocco aveva proposto un’iconografia che prevedeva mele ammaccate e altri elementi ricorrenti nelle nature morte, (le vanitas, vedi questo articolo). L’intento era quello di far riflettere sulla caducità della vita, in chiave religiosa e morale, ammonendo chi guardava le opere.  

Oggi questo aspetto nello specifico viene meno. La morte diventa più pop, i suoi simboli sono rappresentati sull’abbigliamento e creano un linguaggio nuovo, diventando una forma d’intrattenimento nei social: i meme basati sul dark humor sono i più esilaranti.  

 

L’ironia è il solo modo per poter accettare la morte? 

Nelle conversazioni quotidiane, i modi di dire consolidati e quelli coniati dalle nuove generazioni fanno spesso riferimento alla morte. Lo fanno con una leggerezza che porta a togliere peso a quel termine tanto temuto. Esattamente come quando si ripete rapidamente la stessa parola o nome di persona fino a ridurlo in sillabe prive di senso, svuotate da tutte le loro complessità. Lo stesso vale per la morte. Un timore atavico e immenso che viene esorcizzato con la leggerezza di un “Tanto moriremo” o questa battuta “mi fa morire”.

Assume il valore di uno spauracchio, un meccanismo di difesa che si attiva in modo inconsapevole. Una paura immensa che ha radici profonde ancorate a temi di attualità che scuotono le nostre generazioni: crisi climatica in corso sempre più impattante, la precarietà lavorativa, conflitti a macchia d’olio che creano sempre più crepe in un futuro che sembra non essere così scontato.

Almeno, non come lo abbiamo immaginato.  

Se oggi ridiamo con facilità a un meme che ci riporta alla morte, addomesticata grazie all’accostamento di un’immagine e un riferimento divertente, nelle vanitas barocche il teschio veniva affiancato a qualcosa di lussuoso e seducente, come un calice di vino rosso e corposo. Una tattica per non schiacciare la persona che guardava l’opera dal senso di fragilità e temporaneità.

Oggi questo compito spetta anche ai meme nichilisti, che hanno il dovere di rendere accettabile la nostra permanenza, con data di scadenza ignota qui, su questo pianeta 

 

L’ascesa del true crime: la morte intrattiene 

Piattaforme per lo streaming video e podcast stanno vedendo crescere in modo inarrestabile proposte di contenuti true crime. Negli auricolari degli spettatori vengono narrati gli ultimi istanti di vita di vittime di serial killer. Come se anche lei o lui fosse lì presente sulla scena ad assistere agli ultimi respiri di una vita che qualcun altro ha deciso di far cessare. Nel 2025 l’ISTAT ha evidenziato come i contenuti multimediali incentrati su indagini e true crime si trovassero al secondo posto, dopo attualità e politica, nella classifica dei temi ascoltati attraverso i podcast.

Le fasce di popolazione che apprezzano di più la categoria? Tra gli 11-17 e 18-24 anni. Anche oltre, lo sappiamo: sono i nativi digitali a dominare la scena.  

Questi dati raccontano un cambiamento nell’approccio umano nei confronti del tabù, perché non sembra più essere tale. La morte viene analizzata, si tolgono gli strati di terra che coprono le salme e si indaga. I dettagli più cruenti vengono ascoltati mentre si è intenti a portare a termine la spesa, durante il lavoro o mentre si pulisce casa. Nemmeno è raro trovare casi di cronaca raccontati in modalità ASMR, in cui la volontà di rilassare chi sta usufruendo di questo servizio si mescola al desiderio di trasmettere dei brividi diversi da quelli di piacere. Una contrapposizione apparentemente paradossale funziona. 

Attribuire più dettagli possibili a queste vicende risulta essere un modo per comprendere in ogni aspetto qualcosa che ha la fama di essere ignoto e misterioso. Più si conosce, più è semplice processare, far diventare amica la morte. 

Il rischio di spettacolarizzare e desensibilizzare eventi criminosi è tangibile. In alcuni casi, chi racconta efferati omicidi ha il desiderio di ricordare e onorare chi ha subito una fine atroce. C’è la volontà di dare voce a eventi che altrimenti verrebbero rimossi dalla coscienza popolare, timorosa di affrontare temi così complessi. In altri invece, si scivola verso il morboso, lucrando su circostanze che hanno lasciato ferite profonde anche sui familiari delle vittime.  

Ogni artista del collettivo adotta il primo approccio citato: restituisce storia, dignità e valore a resti che altrimenti verrebbero allontanati con repulsione, in quanto simbolo di morte. Anziché lasciare i teschi animali nell’anonimato, Debitum Naturae desidera ricostruire la loro storia e dare loro modo di raccontare. 

  

Un nuovo vocabolario della morte ancorato nel passato 

 Viviamo nel millennio dell’effimero e anche se non possiamo farcene una colpa, alcune nostre abitudini sono state progettate per essere volatili, rapide e facilmente dimenticabili. Si lascia spazio a emoji, gif e meme per comunicare qualcosa di rilevante. I contenuti social che le piattaforme promuovono più volentieri, garantendone maggiore diffusione, sono proprio quelli più rapidamente fruibili.  In questo paradigma funziona molto bene anche l’umorismo più cupo, perché fa rapidamente capolino nel feed, ci fa fare una risata cinica che stuzzica il nostro ben sotterrato timore della morte e poi ci fa scorrere il dito sullo schermo, in cerca di qualche altra emozione usa e getta.  

Il resto di un animale, presenza palpabile, da vedere più volte nel corso della giornata, presente in casa o indossato, è un memento mori costante. Evita la fugace scarica di dopamina e crea una consapevolezza più intensa, non dolorosa, solo più informata, sulla morte. 

Infatti, anche le estetiche visive che ritrovano il romanticismo nelle ambientazioni dei cimiteri sono numerose, niente di nuovo. Profili che creano un turismo dark, che ispezionano cimiteri alla ricerca di storie da condividere, che puntano un riflettore su un mondo oscuro attirano l’attenzione. E vengono amati con un’attrazione irresistibile. 

Parlare, sfruttando una piattaforma temporanea e rapida come i social, di qualcosa di ciclico e rilevante come la morte sembra voler scardinare e ribaltare il meccanismo.  

Questa tendenza sembra essersi rafforzata in connessione con, o in risposta a, un’ansia esistenziale senza limiti. Una reazione post-pandemica che ha ampliato la propria visione portando a far amalgamare ed esorcizzare l’effimero.   

Mi permetto un inciso: dopo anni di esistenza del collettivo è diventata sempre più chiara una contraddizione, un ossimoro: la società contemporanea sembra ossessionata dalla morte anche nei modi in cui ne parla Alice e, contemporaneamente, non è mai stata tanto distante da essa. Anche qualora la consumiamo attraverso uno schermo, la trasformiamo in estetica, o la ridicolizziamo al tempo stesos la abbiamo progressivamente allontanato dalla nostra vista la materia di cui è costituita. Le carcasse, i cadaveri, scompaiono. La decomposizione viene nascosta. L’animale (ovvio dove volessi andare a parare) diventa "cibo" soltanto dopo essere stato reso irriconoscibile. Ed è allora forse qui che il macabro può tornare ad avere una funzione anche divulgativa: non una celebrazione della morte, ma una restaurazione della sua dimensione pragmatica, reale. In un’ottica vegana e antispecista, osservare un osso, un cranio o un dente significa ricordare che prima della materia con la quale abbiamo realizzato un monile, un'opera, esisteva un individuo, un animale non umano. Il veganesimo, del resto, non può costituire negazione della morte (anche se alcuni gruppi attivisti a volte ci provano) ma dal rifiuto di considerare quella degli altri animali una conseguenza trascurabile e inevitabile dei nostri desideri e dei nostri bisogni. Riappropriarsi della dimensione macabra del reale può accorciare la distanza tra noi e le conseguenze delle azioni della nostra specie e fare da leva per scelte più etiche e consapevoli.

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