Da strumento coloniale a terrario ecologico: le casse di Ward

Alice Vettorata

Writer & Blogger

Nel 1842, il botanico londinese Nathaniel Bagshaw Ward pubblicò On the Growth of Plants in Closely Glazed Cases, un’opera destinata a cambiare il modo di coltivare e far viaggiare le piante in terrario. Quasi due secoli dopo, nel 2020, lo scrittore Richard Mabey è tornato su quella stessa intuizione nel suo libro Il più grande spettacolo del mondo, dedicandole un intero capitolo.  

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Nel XIX secolo vennero ideate delle strutture mobili per trasportare piante da luoghi d’oltreoceano fino al continente europeo, assetato di novità. In prima battuta nacquero come contenitori di trasporto, ma in un secondo momento, vennero capite le potenzialità di questo metodo per la coltivazione delle piante. 

Non fu la primissima persona a sperimentare questo tipo di tecnica; il botanico A. A. Maconochie ci si imbatté decenni prima, ma Ward fu il primo a teorizzare e a scrivere della bibliografia al riguardo. 

Ciò che lo incentivò a studiare il comportamento delle piante racchiuse in teche di vetro fu una crisalide di farfalla. Sul terriccio che fungeva da appoggio alla metamorfosi del futuro lepidottero, sorprendentemente crescevano delle piccole felci. 

L’immenso mondo delle felci, (in futuro ci sarà un approfondimento su questa straordinaria famiglia di piante) era già stato oggetto di analisi per Ward, ma senza successo. Il botanico aveva attribuito il fallimento della crescita di queste specie all’area di coltivazione, Londra, a suo dire troppo inquinata dall’aria compromessa dalla vicinanza delle fabbriche. Ricordo che in questo racconto stiamo parlando della metà dell’800.

Mentre i germogli di felce iniziarono a strutturarsi all’interno della giara di vetro, prototipo del terrario, lo studioso cominciò a indagare quali fossero le potenzialità di questo tipo di coltivazione sigillata. 

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Per questo incaricò un falegname per realizzare le prime teche in legno e vetro, adatte a ospitare nuove forme di vita vegetale.  

Nel 1833 Ward spedì due casse verso Sydndey con l’obiettivo di farle tornare in Inghilterra abitate da felci. Tralasciando, in questo articolo, la condivisibile condanna nei confronti della depredazione vegetale e/o animale di un territorio, analizziamo i vantaggi per la pianta estratta. Fino a quel momento, la maggior parte delle piante esportate verso l’Europa non giungeva viva a destinazione, poiché l’assenza di acqua dolce sulle navi e l’aria salmastra che permeava il loro viaggio le distruggeva. Le teche risolsero queste problematiche, permettendo alle piante di vivere nel corso della traversata via mare.  

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Anche il botanico esploratore Joseph Dalton Hooker, nel 1841 adottò questa nuova possibilità per far viaggiare specie botaniche dalla Nuova Zelanda all’Inghilterra, ma come lui molti altri dopo, spaziando tra le varie mete che avrebbero potuto donare all’Inghilterra una varietà considerevole di specie esotiche. L’India, l’Australia e la Nuova Zelanda furono le più gettonate, ma la sete di scoperta e possesso non aveva confini. Le teche Wardiane viaggiarono ovunque, abbattendo le barriere geografiche e donando dei mondi in miniatura da avere in salotto agli occidentali  

Oggi i terrari in miniatura sono tornati a essere un modo efficace per avere delle compagne vegetali nelle proprie case, donando degli angoli verdi quasi completamente autosufficienti. Se ben realizzati, sfruttano le risorse che loro stessi creano grazie alle piante presenti. L’acqua evapora, condensa e ritorna al suolo. Oltre a essere una visione piacevole e gratificante, creano un esempio di ecologia applicata, incarnando un sistema sostenibile.

Questo avviene perché c’è una riduzione delle risorse usate, dato che si sostentano da soli e possono essere un ottimo memento da avere vicino, soprattutto per una generazione come la nostra.

Motivo per cui, Debitum Naturae ha esplorato questa direzione, creando piccoli diorami viventi, in cui le ossa diventano sostentamento per le piante racchiuse nelle teche. E con un’evoluzione successiva, a concepire nuove forme di questi sistemi.

Osservando questi microhabitat, che non vogliono né possono sostituire quelli naturali, possiamo vedere in modo concreto come sia indispensabile modificare il nostro sistema mentale. Vediamo in scala il ciclo ecologico e vediamo processi solitamente invisibili come quello della decomposizione e del ciclo dell’acqua. Un terrario dal forte carattere didattico e sensibile. I terrari chiusi di Ward cambiano così finalità, sostituendo la smania possessiva colonialista e indirizzandola più verso un’ideologia quasi Solarpunk

Cos’è il solarpunk? 

Può essere definito come un movimento filosofico, culturale, architettonico e artistico attento a un futuro ecosostenibile e tecnologico, in netto contrasto con ciò che portano capitalismo e il cambiamento climatico. “Solar” si riferisce alla possibilità di utilizzare risorse rinnovabili e accessibili a chiunque, come quella solare, mentre “punk” si collega alla ribellione nei confronti dell’oppressione di matrice capitalista. L’intento è quello di promuovere e aspirare a una comunità gentile e rispettosa nei confronti di ogni forma di vita 

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Le teche di Ward nacquero in pieno periodo vittoriano, fonte per la corrente steampunk, mentre l’evoluzione delle teche come giardini sostenibili alludono al movimento solarpunk. Potrebbe funzionare così, il mondo, in grande, come una teca in cui tutto si regola e tutto viene ascoltato, dando spazio ai tempi e necessità di ciascun organismo che lo compone.  

Per approfondire i temi trattati nell’articolo: 

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