Realizzare opere utilizzando resti animali e vegetali comporta un numero significativo di domande di natura etica, sia da parte di chi le realizza, sia da parte di chi le osserva e desidera.
Trovare davanti a sé un esemplare animale, in questo caso un tasso, ucciso deliberatamente dall’uomo con quell’aggravante dolorosa di crudeltà è sconcertante. Fa comprendere ancora di più che l’impegno che il collettivo porta con sé deve essere intensificato. È necessario parlarne e effettuare i dovuti approfondimenti, coinvolgendo persone che si dedicano a questi studi.
L’impegno di questa realtà dedicata all’arte macabra si interseca inevitabilmente con l’antispecismo, l’ecologia e l’evoluzione e qui verranno esposte considerazioni che spaziano tra i vari temi.
Questa è l’esperienza diretta di Pellegrino:
“Questo articolo è una reazione diretta. È parte di una reazione più ampia. È una rinnovata determinazione a non lasciare che tutto questo scivoli nell’indifferenza. È la scelta di mostrare quest’orrore al maggior numero di persone possibile, affinché ci si possa fermare, ancora una volta, a riflettere sul nostro posto nel mondo.”
– Pellegrino
Da quando esiste Debitum Naturae, gli episodi in cui follower, clienti, amici e amiche ci contattano per segnalarci ritrovamenti o situazioni che riguardano animali selvatici sono diventati sempre più frequenti, fino a trasformarsi quasi in una routine quotidiana. Ogni segnalazione è diversa, ma tutte raccontano qualcosa dello spazio ambiguo in cui i nostri mondi si intersecano, spesso in modo violento e quasi sempre in modo asimmetrico.
L’episodio di qualche giorno fa sembrava uno dei tanti. Una ragazza che ci segue mi ha scritto una mattina per raccontarmi che, nella notte, mentre tornava dal lavoro, aveva spostato a bordo strada un tasso investito. Era rimasto al centro della carreggiata mentre diversi automobilisti lo ignoravano. Già questo dettaglio basterebbe a dire qualcosa; già qui i miasmi dello specismo avvolgevano la scena, ma non ero ancora pronto a ciò che avrei scoperto poco dopo.
Ho spostato alcuni impegni, controllato le coordinate e mi sono recato immediatamente sul posto per verificare che l’animale fosse ancora lì e, nel caso, attivare la procedura di recupero. Di come sia possibile farlo legalmente, soprattutto quando si parla di specie protette, parleremo in un articolo dedicato. Arrivo sul posto e individuo subito la carcassa. L’esperienza e l’occhio ormai allenato mi mettono però in allerta. Il corpo è intero, la testa in buone condizioni, quasi nessuna traccia di sangue nei dintorni. Sono dettagli che possono capitare anche in un investimento stradale, ma molto raramente. Mi avvicino. L’unica ferita evidente è attorno al collo.
Esaminandola emerge la verità. Un filo metallico stringe il collo del povero animale, la carne consumata fino a circa un centimetro di profondità. Cerco di soffermarmi sulla sofferenza, sull’agonia, sul terrore che deve aver provato la vittima di questo scempio, probabilmente il risultato di una trappola a laccio, illegale in Italia. Conosco troppo bene queste dinamiche per non immaginare la scena. Davanti a me non c’è un semplice ritrovamento, ma il risultato dell’ennesima atrocità umana ai danni di un animale non umano. Le domande rimaste sospese sono molte. La dinamica dell’accaduto. Il perché si trovasse lì. È stato lanciato per nascondere il misfatto? È un’ipotesi plausibile. Contattare la LAC e sporgere denuncia ai carabinieri è stato ciò che abbiamo potuto fare. Sarebbe lungo soffermarsi sullo stupore e sull’incredulità dell’appuntato mentre raccontavo i fatti. No, non tutto. Questo articolo è una reazione diretta. È parte di una reazione più ampia. È una rinnovata determinazione a non lasciare che tutto questo scivoli nell’indifferenza. È la scelta di mostrare quest’orrore al maggior numero di persone possibile, affinché ci si possa fermare, ancora una volta, a riflettere sul nostro posto nel mondo.
Per affrontare questi temi in modo più ampio, lascio ora la parola a chi può offrire uno sguardo filosofico su ciò che abbiamo visto.
Un’esperienza diretta che si mescola alle molte altre vissute in passato, ma che proprio per questo, per la sua recidività, scava un segno ancora più profondo. Si somma ai precedenti roadkill, alle uccisioni deliberate, alla sete di crudeltà che sembra nutrire chi si muove nel mondo provando piacere nell’uccidere altri animali. Questo ripetersi lacera anche le nostre carni, incidendo solchi come quelli lasciati dalla trappola sul corpo del tasso.
Il dottor Natan Feltrin, filosofo, ecologo e rewilder analizza questo evento evidenziando la relazione tra animali e le relazioni subordinate che si verificano in continuazione. Un esemplare di tasso ha suscitato molte considerazioni, ma le dinamiche presenti in quest’analisi sono una formula che si ripete continuamente come un mantra tragico.
“Il suprematismo produce anche un’erosione sistematica del limite. Una specie che si percepisce sovrana fatica a riconoscere ragioni per trattenersi; ogni restrizione appare come diminuzione, ogni vincolo come intralcio.
Parallelamente si diffonde un’anestesia percettiva: l’impoverimento ecologico diventa normalità, la scomparsa delle presenze selvatiche non è più registrata come perdita, ma come adattamento del paesaggio alle esigenze umane.”
– Natan Feltrin
Ogni volta che pronunciamo la parola tasso evochiamo una vita altro-che-umana inscritta in una genealogia evolutiva che ci precede e ci eccede. Meles meles appartiene a una trama ecologica fatta di tane scavate e riutilizzate per generazioni, di suolo rimescolato e aerato, di lombrichi cercati nel buio umido della notte, di territori condivisi e difesi attraverso marcature e percorsi abituali. La sua esistenza si intreccia a una rete di relazioni che attraversa il Cenozoico, quella lunga stagione geologica in cui si sono co-evoluti mammiferi, uccelli, foreste, praterie, fiumi e coste.
In questa rete l’umano non occupa alcun centro naturale: è uno fra i molti viaggiatori dell’era, legato a doppio, triplo, quadruplo filo agli altri compagni di cammino.
Il corpo trovato lungo la strada racconta qualcosa di preciso, non metaforico. La morte per laccio segue dinamiche fisiologiche riconoscibili: il filo metallico tende i tessuti del collo, comprime la trachea, può schiacciare le vene giugulari e ostacolare il ritorno venoso dal capo. L’ossigeno si riduce progressivamente, il sistema nervoso attiva una risposta acuta allo stress, la frequenza cardiaca aumenta, i muscoli si contraggono nel tentativo di liberazione. Le zampe scavano, cercano appiglio, graffiano terra e ghiaia; il torace si espande in respiri sempre più brevi e inefficaci.
L’ipossia produce disorientamento, perdita di coordinazione, congestione dei tessuti; la vista si offusca, l’equilibrio cede, il corpo si agita in scatti disordinati finché la lotta contro il metallo si riduce a tremore. L’affanno precede il collasso.
Il panico non è una proiezione antropomorfica, ma una possibilità neurobiologica condivisa. Nei mammiferi il soffocamento progressivo attiva circuiti connessi alla paura e alla sopravvivenza; ciò che in noi chiamiamo angoscia, in lui è una tempesta endocrina e percettiva che dilata le pupille, accelera il battito, costringe il corpo a tentare ancora, anche quando l’aria non basta più. La lotta per il respiro non è simbolica. È comune. È in questa sequenza di contrazioni, in questo restringersi dell’aria, che si entra nel cuore del suprematismo umano.
Il filo metallico non è soltanto uno strumento di bracconaggio: è il punto in cui una visione del mondo si fa materia, diventa durezza che cinge un collo e stabilisce che quella vita può essere interrotta. Il laccio non nasce nel bosco; nasce dentro una gerarchia ontologica interiorizzata per secoli, che dispone i viventi su una scala implicita e assegna agli umani il potere di gestire, controllare, comprimere le altre esistenze ritenute sacrificabili. Prima del gesto c’è l’idea che l’autonomia di un altro vivente sia una variabile tecnica, qualcosa che può essere ridotto o annullato senza che l’ordine morale dominante venga messo in questione.
Video del ritrovamento del tasso
Il suprematismo umano opera attraverso dislocazioni progressive. Dislocazione ideativa, quando il selvatico viene tradotto in problema gestionale, quando si parla di “controllo”, “contenimento”, “prelievo selettivo” e il linguaggio neutralizza ciò che colpisce, trasformando soggetti in parametri. Dislocazione materiale, quando habitat complessi vengono frammentati, territori attraversati da infrastrutture che impongono la precedenza dell’asfalto sulla tana, della velocità sul sentiero notturno di foraggiamento, quando la presenza altro-che-umana viene spinta ai margini e ridotta a interferenza, a sfondo, a residuo.
Il laccio è il punto in cui queste dislocazioni convergono: un gesto che rende operativa una metafisica e un’economia dell’oikos in cui alcuni corpi possono essere stretti fino a smettere di respirare senza che l’ordine complessivo venga percepito come violento. La forza del suprematismo sta nella sua ovvietà.
Si presenta come natura umana, come realismo, come necessità. L’espansione appare neutra; la violenza si dissolve nei regolamenti, nelle consuetudini, nel “si è sempre fatto così”. Eppure l’impatto umano non deriva da un’essenza metafisica: è il prodotto di strutture economiche, culturali e giuridiche che hanno trasformato la differenza tra specie in gerarchia morale e la gerarchia morale in diritto di dominio.
In questo quadro la vita altro-che-umana diventa esternalità; la compressione del respiro del tasso non è letta come frattura ontologica, ma come dettaglio secondario nel racconto del progresso. Il suprematismo produce anche un’erosione sistematica del limite. Una specie che si percepisce sovrana fatica a riconoscere ragioni per trattenersi; ogni restrizione appare come diminuzione, ogni vincolo come intralcio.
Parallelamente si diffonde un’anestesia percettiva: l’impoverimento ecologico diventa normalità, la scomparsa delle presenze selvatiche non è più registrata come perdita, ma come adattamento del paesaggio alle esigenze umane. Ogni corpo che sparisce senza lutto consolida l’illusione di un cammino solitario nel Cenozoico, come se la nostra specie fosse l’unica protagonista su una scena che in realtà brulica di altri destini.
Eppure, nel tempo profondo, il suprematismo umano è una parentesi tardiva dentro una comunità cenozoica immensamente più vasta. Condividiamo antenati, biochimica, vulnerabilità, cicli atmosferici, suoli fertili, reti trofiche; i legami sono evolutivi, ecologici, infrastrutturali, simbolici. Il problema non è la loro esistenza, ma la loro rimozione sistematica. Il tasso viene ridotto a danno, a numero, a carcassa; scompare la parentela lontana che ci accomuna come mammiferi, la dipendenza reciproca da ecosistemi funzionanti, la vulnerabilità condivisa a un clima instabile.
Video tasso
Il corpo del tasso strangolato è l’ingresso visibile in questo girone. Non è un’eccezione patologica, ma la conseguenza coerente di una struttura che ha fatto della superiorità il proprio assioma.
La sua morte metallica condensa un principio politico: alcune vite possono essere interrotte senza che l’ordine del mondo venga messo in discussione, perché quell’ordine è costruito per rendere invisibili i fili che ci legano a chi viene spezzato. Radicalizzare lo sguardo significa interrogare la grammatica che rende possibile quel gesto. Finché continueremo ad abitare il pianeta come vertice e misura, il filo metallico rimarrà una possibilità latente.
Spostare l’ontologia significa riconoscere la Terra come comunità di vite interdipendenti, come costellazione di viaggiatori del Cenozoico esposti alla stessa precarietà, e non come palcoscenico di un’unica storia umana che avanza da sola.
Il tasso morto non è solo una fine. È un indice morale. Ci obbliga a decidere se restare dentro la grammatica del dominio o iniziare a disimpararla, sapendo che ogni laccio stretto attorno a un collo altro-che-umano tende anche la rete che ancora ci sostiene, e che ogni respiro negato a un altro viaggiatore del Cenozoico restringe, un poco, anche il campo del nostro futuro respiro.