Ossa parlanti nel realismo magico

Alice Vettorata

Writer & Blogger

Nel 1925 lo storico e critico d’arte Franz Roh coniò l’espressione “realismo magico” per definire i nuovi dipinti moderni rappresentati in modo realistico, ma con soggetti che sembravano appena usciti da un sogno. Tuttavia, le arti stavano già realizzando da decenni opere che presentavano ingredienti ben precisi: elementi straordinari inseriti nella nostra realtà che non avevano bisogno di fornire nessuna spiegazione sulla loro presenza, perché chi guardava le opere doveva accettare che in quella dimensione tutto ciò fosse possibile.  

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Il realismo magico, stile distintivo della letteratura e dell’arte latinoamericane del Novecento, fece dialogare il fantastico e il reale facendoli incontrare in un’unica dimensione. Mentre leggiamo i racconti in questo stile, notiamo come il magico sia perfettamente integrato nella cosiddetta normalità. La magia non la percepiamo come straordinaria, bensì come ordinaria, imprescindibile dalla quotidianità, diventando una finzione narrativa alla quale siamo ben disposti a credere. I paesaggi e le persone che ci vengono raccontate fanno parte di una realtà altra, una stringa temporale che non siamo noi a vivere, ma qualcuno che popola le pagine della narrativa.  

L’esempio più noto che incarna questo stile è il celebre romanzo Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Protagonista del racconto è la stirpe dei Buendia, fondatori della città di Macondo. Lì le tradizioni, tramandate di generazione in generazione, vengono vissute come parte integrante dell’essenza dei cittadini.

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Il simbolismo che permea il realismo magico diventa un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti che sembrano convivere sulla stessa linea temporale. Vivi e morti dialogano costantemente tra loro; i morti interferiscono e intervengono nella vita dei loro discendenti ancora in vita e il lettore, dopo poche pagine, si fa rapire da questo meccanismo e non si pone più domande sulla verosimiglianza degli eventi. Capisce che in quel mondo le cose funzionano così, perché il confine tra il razionale e l’irrazionale è dissolto. 

Le credenze arcaiche degli antenati si amalgamano con le nuove tecnologie incredibili che vengono sviluppate. Novità e sapienza millenaria coesistono e non si escludono l’un l’altra, il che invece avviene di frequente nel nostro mondo. Non è raro trovare in Cent’anni di solitudine descrizioni di amuleti realizzati con ossa animali, pratica attiva sin dai tempi più remoti. Una caratteristica che accomuna il nostro collettivo alle meravigliose storie di Macondo.

Rosone di cervo con airone che combina caratteristiche tipiche del realismo magico

 

Collana intrecciata a mano con rosone decorato con un airone dettagliato scolpito su rosone di cervo. Afterlife

Leggendo, ci si imbatte in passaggi come questi:

«Nel sopore della gravidanza, Amaranta Ursula cercò di organizzare una industria di collane di vertebre di pesci» e «[…] al polso destro una zanna di animale carnivoro incastonata in rame come amuleto contro il malocchio»

 

La ciclicità della storia e il continuo ricambio generazionale vengono enfatizzati grazie alla contrapposizione della futura nascita alla creazione di amuleti con le ossa da parte della gestante. È un modo per far diventare parte della narrazione dei Buendia anche chi è deceduto, togliendo i resti dall’oblio e rendendoli parte costituente della stirpe. Come collettivo desideriamo fare anche questo: affermare che la materia ossea che troviamo equivale a portare avanti la memoria, narrando storie. Perché le ossa possono ancora raccontare molto, ce lo insegna anche il realismo magico.

 

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Mandibola di daino recuperata eticamente, decorata con inchiostro. Magda Ars Macabra


In altri momenti del racconto gli scheletri animali sono avvolti da gigli rossi, simbolo che riporta al sangue che tenne in vita l’animale, ma anche al distacco dalla vita terrena, avvenuta fisicamente con il decesso, ma irrilevante per un popolo che riesce a dialogare ancora con chi non c’è più.

In un certo senso questo concetto è anche nostro, sempre a stretto contatto con ciò che rimane della morte, con i suoi resti materiali e spirituali. Le nostre tecniche, frutto di costante ricerca di nuovi materiali e ispirazione, sono la nostra materia prima e le ossa di chi ha lasciato questo mondo, materiale ancestrale che ci connette con la dimensione dopo la morte.

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